Paradise

Anakao could really be called paradise: white sand, blue-turquoise water, the barrier reef only 3km from the coast, a beach almost to yourself, an unpopulated island in front, good food,… Well where we are staying there is electricity only when it’s dark, powered by solar panel; internet is available only when there’s enough connection, during our stay it worked only the first two days; there is no tap water, only buckets full of water and if we walk on the beach just twenty meters away from the bungalows, we are surrounded by local people offering activities, selling jewelleries and asking for “cadeau” (gift). But there is also a resort where you can avoid all this and have all your comforts, of course the price is different, that means about 20 times what we’ve spent. We opted for this wonderful small place with 8 different bungalows and the best restaurant in the village, run by two young Italian guys whom, we’ve found out once there, also come from our beautiful lake Maggiore. We’ve spent 5 days here, relaxing snorkelling, diving, chatting and admiring thousand and thousand of stars in the evening.

img_1787On the sixth day, sadly,  we had to leave this awesome beach and went back to Tulear, this time in an easier way, by fast boat. We’ve spent a few hours in town then flown to Antananarivo, where we’ve spend our last 3 days in the African continent before taking 3 different flights to reach our next continent: Asia.

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Dulcis in fundo

A risollevarci il morale, oltre al tempo caldo e mite, ci ha pensato la natura. Passeggiando nella riserva d’Anja, i lemuri non esitano a mostrarci le loro doti circensi saltando da un ramo all’altro e da una pianta all’altra. Inoltre scoviamo anche un qualche camaleonte che sapientemente si camuffa nella vegetazione. Proseguiamo il nostro viaggio e dopo aver superato le cime più alte del Madagascar svoltiamo in direzione ovest. Il paesaggio si fa più arido, qua e la qualche formazione di pietra arenaria si alterna a capanni di contadini e coltivazioni in prossimità di ruscelli. Continuiamo fino a scorgere in lontananza il Parc National de l’Isalo, un massiccio di sedimenti marini emersi che, grazie a vento e pioggia, il tempo ha trasformato in spettacolari composizioni rocciose. Camminando attraverso questi affascinanti paesaggi forgiati dalla natura ascendiamo canyon per godere di vedute mozzafiato, per poi discendere vallate circondati da enormi faraglioni di roccia. Per concludere in bellezza la giornata nulla di meglio che le splendide piscine naturali, formate da corsi d’acqua nell’arco di millenni, per darci rinfresco.

IMG_1613Dopo l’escursione ci facciamo viziare dalla buona cucina dell’accogliente Alice accompagnati da un fantastico tramonto. Per concludere la nostra esperienza malgascia decidiamo di concederci alcuni giorni di relax ad Anakao, una spiaggia fuori dal mondo. La rotta è tracciata: seconda stella a destra e poi dritti fino al mattino, per giungere all’Auberge Peter Pan. La spiegazione è molto vaga, ma dopo una ventina di chilometri su strada sterrata, un paio di miglia nautiche a bordo di una piroga a vela, un estenuante viaggio di tre ore a bordo di un carretto trainato da zebu e guidato da un contadino che non parla una parola all’infuori del malgascio, nel buio più totale, dove solo le stelle sono in grado di indicarci la via, dopo aver perso tutte le speranze, siamo giunti in questa oasi.

IMG_1767Alla luce del sole ci rendiamo conto della reale bellezza di questo luogo che pare uscito da una favola. In questo regno magico dove acqua corrente e connessione costante con il resto del mondo sono solo cose superflue, ci dedichiamo ai sapori della buona tavola e al dolce far niente. Intercaliamo un tuffo nell’acqua di colore blu turchese, tra coralli variopinti e pesci dalle più disparate sfumature, a passeggiate lungo la spiaggia quasi deserta. Ringraziamo Dario, Valerio e Andrea, casualmente anche loro provenienti dalle rive del Lago Maggiore e trapiantati in questo luogo sperduto, per averci fatto vivere questi splendidi momenti, poi a bordo di un veloce motoscafo facciamo rientro a Tulear dove un aeroplano ci attende per riportarci ad Antananarivo. Il viaggio a ritroso verso il nostro punto di partenza è stato decisamente più rapido e meno avventuroso, ma siamo felici di essere giunti all’hotel Sakamanga dove passiamo gli ultimi giorni a programmare le tappe per il prossimo continente.

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Back to the old days

I probably haven’t read enough about this country and I guess that anyone would have thought the same as I did: Madagascar is in Africa, so it must be very similar… Well change your mind strait away, it really has nothing to do with what I saw until few days before. Starting from the people: they look more like Asians, in fact I’ve learned that most of them come from Arabia and many others are mixed in with Chinese, who came here a long time ago to construct and work; their culture isn’t as happy, kind and open as Africans, this is also because of their old style way of living, they don’t have much at all, except satellite TVs and mobile phones (surprisingly no smart phones) in the more rural areas, or better, where there is electricity; they live very simply, building themselves homes, carriages and boats with whatever they can find: mud, wood, leaves,… They speak French and eat a lot of French food. The landscape is composed from rice fields and red mud, rainy forests and desert.

Our trip around this underdeveloped country, started in Antananarivo, or Tana, as they call it; here we’ve luckily found on the arrival day our driver and tour guide, which will take us all the way down to Tulear, on the west coast. First stop Antsirabe, a chaotic town full of “pousse-pousse”.

IMG_1166 The next day we’ve quickly stopped in Ambositra, the town of wood artists, then continued to Ranomafana, where we had a full day trekking in the rainy forest of the national park in search of Lemurs, we ended up seeing only 5 of them. We drove to Manakara and went for two days on the canals with a pirogue, we’ve even spent a night sleeping in a typical Malagasy house made out of palm tree. In this small village we were the attraction for the villagers, especially for the children, who wouldn’t stop staring at us. After this interesting adventure we should have taken the train to Fianarantsoa, instead we drove there, after seeing the few exhausted tourists getting out of it coming from the opposite side, it had left 18 hours earlier with 7 hours delay. From here we went to Ambalavao, a small town with many typical mud houses, just after we stopped in Reserve D’Anja, a beautiful small park where we saw plenty lemurs that looked like Martin and chameleons.

img_1463We continued to Ranohira, where we’ve spent two days trekking through the canyons, swimming in two freezing natural pools, sleeping in a tent and waking up surrounded by lemurs in Isalo National Park. After have said goodbye to our driver (and not much of a guide) and have had a full day hanging around looking for a way to get here, having to drive through a long broken dirt road, taking a sailing pirogue and sitting in a carrier getting pulled from two zebus (cows) for three hours, here we are, in Anakao.

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Considerazioni

Ci ha preso molto tempo riuscire a capire questo popolo e forse neanche ora siamo in grado di comprenderlo. Il primo impatto è stato sicuramente molto forte, la povertà e la sporcizia che abbiamo incontrato nel tragitto dall’aeroporto al centro città, passando per la periferia, non sono stati sicuramente un buon biglietto da visita per il paese. Di tutt’altro avviso è stato il trattamento nell’hotel dove abbiamo soggiornato per i primi giorni. Come abbiamo varcato la porta d’entrata siamo passati in un’altra dimensione, un ambiente decisamente più europeo, più consono alle nostre abitudini. Ci siamo barricati un paio di giorni in questa piccola enclave dove il cibo era sublime e la cordialità era di casa. È stata sicuramente un’ottima parentesi all’interno della città di Anantanarivo, ma di certo non abbiamo fatto tutta questa strada per rinchiuderci all’interno di un albergo. A bordo di un’automobile, con autista privato, abbiamo iniziato in direzione sud la nostra lenta esplorazione del paese. I paesaggi sono meravigliosi, negli altipiani del Madagascar centrale i campi coltivati si alternano a piccoli villaggi di semplici case costruite con mattoni di terra e il tetto di paglia.

IMG_1401 La vita scorre lenta, molto lenta, a ritmo della natura. Tra i mezzi di trasporto più comuni ci sono i carretti trainati dagli zebu (un lontano parente della nostra mucca) quando se lo possono permettere, chi è meno fortunato il carretto lo deve trainare con la propria forza. Per raggiungere i mercati, dove vendere o comprare la propria merce, le persone percorrono decine di chilometri a piedi e anche in questo caso vi è una distinzione tra le più agiate, coloro che possono permettersi delle infradito e quelle con meno mezzi finanziari, a piedi nudi sull’asfalto. Vedere delle scarpe ai piedi di qualcuno è una rarità. Il viaggio scorre a rilento a causa delle enormi buche nell’asfalto che nessuno si preoccupa di riparare e anche lo scenario lentamente va cambiando, le colture mutano con il trascorrere dei chilometri, passando dalla verdura alla frutta per giungere al riso e ai tuberi. Svoltiamo per una deviazione che ci porterà fino al mare sulla costa est dove lungo la strada spezziamo il nostro percorso a bordo dell’automobile per fare una sgambata nella foresta pluviale di Ranomafana. Ovviamente per essere degna di questo nome e per mantenere una vegetazione così rigogliosa la pioggia cade per gran parte dell’anno e non fa eccezione per noi. Al suo interno la fitta vegetazione ci permette di intravvedere solo alcuni lemuri durante l’arco di tutta la giornata. Proseguiamo il nostro tragitto fino a Manakara dove trascorriamo due giorni a navigare su una piroga a remi lungo i canali di Pangalanes, pernottando in un villaggio di umili pescatori in cui tutti i bambini, e pure gli adulti, passano gran parte del tempo a guardarci incuriositi quasi fossimo degli animali rari o addirittura degli extraterrestri.

IMG_1347Da qui il nostro itinerario prevedeva di risalire fino a Fianarantsoa con il treno, rinomato per gli splendidi scenari e la sua lentezza che permette di ammirarli. Di buona mattina ci svegliamo e puntualmente ci presentiamo alla stazione come ci è stato raccomandato, la gente che aspetta è già molta, ma la stazione è ancora chiusa. Circola voce che arriverà tra un’ora, ma noi non capiamo chi o cosa. In seguito lo scopriamo, è il treno che è partito il giorno prima in direzione opposta con sette ore e mezzo di ritardo e ha impiegato cinque ore e mezza in più del previsto. Facendo due calcoli giungiamo alla conclusione che saremmo arrivati a destinazione più di ventiquattro ore dopo, gran parte delle quali trascorse al buio e al freddo, su di un treno che non sappiamo neanche se abbia finestre o servizi igienici e di cui i sedili probabilmente sono costituiti da una panca di legno. Il nostro autista, nonostante ci abbia raccomandato questo viaggio come una splendida esperienza, ci accenna l’eventualità di ritornare con lui in automobile e noi a questo punto non esitiamo.

IMG_1294Dopo questi primi giorni trascorsi in Madagascar cominciamo a farci alcune idee sul paese. La disorganizzazione, la pressoché assenza di turisti lungo la nostra tratta, le strutture turistiche vuote e decadenti, come pure gli scarsi incontri con gli animali, con l’aggiunta della pioggia che è caduta per gran parte del tempo e il poco entusiasmo e coinvolgimento da parte della nostra guida-autista ha cominciato a farci pentire di aver scelto questo posto. È proprio la scarsa attenzione per i turisti e quel disinteresse nel far vivere loro una splendida esperienza per rendere più attraente il loro paese che ci ha spinti ad approfondire il problema. Dapprima abbiamo tentato di trovare la soluzione attingendo dalla nostra breve esperienza, ma con scarsi risultati. Con il proseguo del viaggio il clima è migliorato come pure gli incontri con altri occidentali sono aumentati. Proprio durante le conversazioni con gli stranieri che si sono trasferiti qui da lungo tempo cerchiamo risposte e dopo aver ascoltato diverse opinioni, anche noi, tenendo conto della nostra esperienza ci siamo fatti la nostra opinione. Purtroppo questo paese ha un potenziale enorme per quel che riguarda le bellezze naturali, ma la gente locale non fa nessuno sforzo per farlo apprezzare agli stranieri. Come ci è stato detto, qui le persone credono di essere sulla terra solo di passaggio, per cui non hanno nessuna intenzione di impegnarsi per migliorare la condizione della loro nazione, basta sopravvivere. Probabilmente hanno perso la speranza dopo che il turismo fiorente è stato bruscamente troncato in seguito ai problemi politici sorti in seguito al colpo di stato avvenuto nel 2009. Malauguratamente questo disinteresse ha spalancato la porta agli investitori stranieri che hanno fondi sufficienti per investire in questo paese e per fare un “cadeau” alle persone giuste. In breve tempo, se non ci saranno stravolgimenti a livello politico, il Madagascar verrà nuovamente colonizzato e gli indigeni verranno sfruttati a lavorare per misere paghe dagli invasori moderni.

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