Montagne laotiane

Dato che Vientiane si trova a pochi passi dalla Tailandia ne approfittiamo per varcare la frontiera, giusto il tempo di gustare un ottimo curry e poi facciamo rientro nei confini laotiani. A dir la verità svolgiamo quest’operazione principalmente per poter usufruire di ulteriori quindici giorni di permanenza senza dover pagare alcun visto. Questo è uno dei pochi privilegi concessi ai possessori di passaporto rossocrociato e decidiamo di avvalercene. D’altro canto la capitale non ha molto da offrire, se non una manciata di templi ed un mercato sul lungofiume. Sfruttiamo l’internazionalità della città per concedere al nostro palato il piacere di assaporare una vera pizza cotta in un forno a legna e per iniziare ad abituare le nostre papille gustative ai sapori della cucina indiana. Lasciamo Vientiane per dirigerci verso nord ed in compagnia di Dolores, un’arzilla sessantasettenne spagnola che sta girando per il mondo da parecchio tempo senza sapere una parola d’inglese, raggiungiamo Vang Vieng. Il paesaggio è mozzafiato, le montagne ricoperte da una folta vegetazione fanno da cornice al nostro dolce pagaiare sul fiume che serpeggia sul fondovalle.

img_4509Questo luogo è famoso per il famigerato tubing, che consiste nel farsi trasportare dalla corrente su enormi camere d’aria e poi, di tanto in tanto, fermarsi presso i bar lungo le rive a sorseggiare beerlao e cocktail a base di whiskey locale. Anche noi, come i molti giovani che vengono fino a qui per divertirsi, passiamo un pomeriggio a galleggiare e bere un qualche bicchiere in compagnia. Smaltita la giornata di “gioventù” ci inoltriamo sempre più nelle montagne laotiane per giungere a Phonsavan dove si erigono delle enormi giare dal passato sconosciuto e misterioso. Pensavamo di approdare in una città anonima e priva di turisti, mentre poco dopo il nostro arrivo presso Kong Kon guesthouse incontriamo altri viaggiatori che come noi sono arrivati fino a qui per visitare quest’area. La nostra intenzione era quella di abbandonare questo posto subito dopo la visita alle giare, ma vista l’ottima compagnia e la piacevole atmosfera decidiamo di trascorrere qui il nostro centesimo giorno di viaggio, visitando un remoto villaggio e rilassandoci chiacchierando immersi nelle calde acque termali.

img_4687Ora ci dirigiamo veramente dove solo pochi turisti osano, nell’estremo est in un’area fortemente bombardata dagli Stati Uniti durante la guerra del Vietnam, visitiamo le grotte di Vieng Xai dove per ben nove anni la popolazione ha dovuto rifugiarsi dalle bombe sganciate dagli americani ogni giorno. Questa regione ha il triste primato di essere la più bombardata pro capite di tutta il pianeta con quasi due tonnellate di bombe per persona. Purtroppo gli effetti di questo triste passato si ripercuotono ancora oggi con un enorme quantitativo di ordigni inesplosi sparsi ovunque. Nonostante questo sia risaputo in tutto il mondo, guardando qualsiasi notiziario si comprende che non ha portato a nessun insegnamento o meglio che questi infelici ricordi vengono sopraffatti dagli interessi miliardari del commercio di armi. Abbandoniamo questo luogo colmo di storia per percorrere altri chilometri di strada montana parzialmente dissestata che serpeggia su e giù per la montagna e viene percorsa a folle velocità dal nostro autista incurante dei precipizi a bordo carreggiata. Non riusciremo mai a capire come mai i conducenti dei minivan corrano a velocità supersoniche mentre il resto della popolazione, che viaggia a bordo di una motoretta, non superi mai i trenta chilometri orari. Dopo quasi otto ore di montagne russe mettiamo piede sani e salvi a Nong Khiaw e rimaniamo ammaliati dall’ambiente circostante, un piccolo villaggio sovrastato a nord da un’enorme roccia calcarea e delimitato a sud dal fiume Nam Ou.

img_4916Risaliamo il corso d’acqua per raggiungere il remoto villaggio di Muang Ngoy, un piccolo borgo concentrato attorno a trecento metri di strada sterrata i cui padroni sono galline, anatre e maiali mentre una manciata di bungalow affacciati sul fiume accolgono i turisti che si spingono fino a questo luogo dove la vita viene ancora scandita dal ritmo della natura. Al nostro ritorno a Nong Khiew casualmente incontriamo Alex, un simpatico americano con cui avevamo condiviso il passaggio della frontiera dalla Cambogia al Laos quasi un mese fa ed abbiamo incontrato nuovamente durante il tubing a Vang Vieng. Ormai il nostro soggiorno in Laos sta per terminare e trascorriamo questi ultimi giorni nella tranquilla Luang Prabang rifocillando i nostri stomaci di cibo occidentale, riposando le nostre stanche ossa e ricaricando le nostre batterie per poter cominciare con il massimo delle energie la nostra avventura in Myanmar.

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Fun and history

In the capital, Vientiane, we see a very lively city, not because of tourists, who aren’t many, local people are wondering around the long market, which they set up every evening, closing the road and displaying all their clothes, shoes, pans, selfie sticks, speakers and much more. Just next to the night market, with a beautiful sunset on the Mekong river as a background, hundreds of people are doing aerobic following the different instructors with accompanied music. This atmosphere and a good wood oven pizza makes our stay very pleasant, though the main reason of our visit is to cross the border to Thailand, since our visa expires soon; so we take a local bus to the border, eat a red curry and re-enter in Laos meeting Dolores, a very brave elderly Spanish woman who is travelling by herself around Southeast Asia without knowing a word of English. We take advantage to go and visit the Buddha Park, which is nearby, a small area with many different strange statues.

img_4427The day after we travel to Vang Vieng, another beautiful place surrounded by limestone mountains, with Dolores we take a day trip kayaking, entering a tight cave, ziplining and having a lot of fun watching Koreans jumping in and out of the Blue Lagoon, now brown because of the heavy rains, all of them with a lifejacket on, as they can’t swim and are afraid of the water. This village used to be famous for young Australians and British who would do tubing (floating with a rubber ring) down the Nam Song river full of bars on the side where to stop and get drunk, but the added drugs to the cocktails brought the party too far and few people died of heart attack, drowning or hitting their head hard; so the government put a stop to this and now there are just a couple of bars still open selling only alcohol. Since then the place is known by Koreans that come here to have fun and fly back home. Of course we go for tubing too and I manage to get very drunk! Lao Lao, their homemade whisky, is to blame… But we have a lot of fun! We move to the east of the country and stop in Phonsavan, where we visit two of the many Planes of Jars sites with Marlena and Hubert, a German couple and Andre, from New Zealand. The real purpose of these giant jars isn’t yet known, there are many different opinions, who says that they are graves, who that they were Lao Lao containers, despite the mystery, they are very fascinating. The companionship is so nice and interesting, the Guest House is so comfortable and friendly, that we decide to stay one more day and go together to a natural hot spring and to visit a Hmong Village, we spend one full very local day, driving, eating, swimming like Lao people do and visiting the ethnic village partially built with bombshells. Laos is the country with the most bombs dropped pro capita in the world, especially this area was heavily bombed by the US Army between 1964 and 1973 during the secret war. To know more about it, I and Patrick go all the way to Viengxai, where more than twenty thousand people lived in caves hiding and protecting themselves from airstrikes for nine long years.

img_4793The saddest and worst thing is that about 30% of the bombs didn’t explode, so still in our days people die and get injured by UXO (unexploded ordnance). A couple of associations are working to clear them, even Barack Obama was here a few days ago as the first US President to be in Laos and pledged money to help them, on my side I bought a 15 $ T-Shirt to support them. After almost eight hours on a rollercoaster minivan, the road is so bumpy that only the “loop the loop” is missing, we arrive in Nong Khiaw, a magnificent quiet village. We would like to do a few days trekking, but being the rainy season it could end up in a watery walk, we are not willing to stress out to clean and dry everything, considering that we haven’t stopped a minute in the last few weeks, we always had something to visit or somewhere to go. Instead we take a one day boat trip up the Nam Ou river to Muang Ngoy, stopping in a more backward village and learning a lot about their culture; they live very simply, eating what they grow and building houses out of what they can find, but since two or three years they have electricity, so even out of the most basic houses there is a satellite dish, which doesn’t really look right, yet is nice to see that they continue their simple life and don’t rush to achieve our lifestyle. The landscape across the river is amazing, with mountains, a dense jungle, rice paddies and oranges plantations. We wish we had more time to spend in this region, the place and the people are so nice, but time is running fast and we have to reach our last stop in this wonderful country, Luang Prabang, where we go to Tat Kuang Si, a waterfall followed by many more smaller waterfalls; for once the river isn’t completely brown, so we can enjoy a nice swim in cold water and we laugh a lot trying to get upstream then letting ourselves carry by the current.

img_4982I and Martin also have a nice long walk, following the Nam khan river that after a while flows into the Mekong, the town is very beautiful, with many nice buildings and a lot of green. After a few good western meals and very cheap sandwiches we are ready for our next destination: Myanmar.

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Sorrisi, saluti e disonestà

Il momento di oziare è terminato, ritorniamo a vivere le bellezze di questo paese e cominciamo da Pakse e i sui dintorni. Assistiamo diligentemente, come degli scolaretti modello, ad una lezione impartitaci da un belga espatriato che affitta motociclette (durata più di un ora e con una dozzina di alunni presenti) su tutto quello che si può vedere e quello che è meglio evitare nella regione del Bolavan Plateau. Noleggiamo una due ruote motorizzata, saltiamo in sella e cominciamo a macinare chilometri. Durante la stagione delle piogge la vegetazione è particolarmente rigogliosa e noi ci arrestiamo di tanto in tanto per ammirare le cascate che in questo periodo hanno la portata d’acqua al loro apice. I ricordi corrono alle ben più note Cascate Vittoria, ma nonostante qui siano decisamente meno impressionanti ci godiamo la vista di questi salti immersi in una natura verdeggiante.

IMG_4093 Ci accomodiamo nel sonnecchiante villaggio di Tad Lo, un luogo dove il crescente turismo non ha ancora cancellato l’autenticità dei sorrisi dei bambini che salutano al nostro passaggio. Circolando per le strade si incontrano solo alcuni trattori, diverse motorette (il mezzo che generalmente in Asia viene sfruttato per svolgere qualsiasi tipo di trasporto, dal legname agli enormi sacchi di riso, dal pollame vivo alla famiglia intera), gruppi di mucche che invadono la carreggiata, maiali che attraversano la via e galline che beccano in mezzo alla strada. La meteo ci assiste per tutto il tragitto e dopo aver fatto un’interessante visita ad una piantagione di caffè (decisamente molto prolifica e di ottima qualità in questa zona) facciamo rientro a Pakse poco prima che un temporale si scateni sopra le nostre teste. Il giorno seguente, dato che chiunque lo accenni ne parla in bene, decidiamo di visitare il sito di Champasak, un tempio risalente all’impero di Angkor. Il luogo è decisamente suggestivo, posizionato alle pendici di una collina che sovrasta la cittadella a bordo del fiume Mekong, dove si gode di una spettacolare vista della distesa di coltivazioni a perdita d’occhio.

IMG_4215Sulla via verso la capitale effettuiamo una fermata nel piccolo borgo di Thakhek, affacciato sulla Tailandia e base per un altro giro nei villaggi fuori dalle rotte più gettonate dai turisti. Dato che la lunghezza di questo loop si aggira attorno ai quattrocentocinquanta chilometri optiamo per il noleggio di uno scooter a testa, per goderci maggiormente la libertà e la comodità del viaggio in sella ad una moto. Il primo giorno percorriamo molta strada e a causa di alcuni piccoli inconvenienti occorsi ai nostri mezzi, ma molto professionalmente sistemati da alcune persone del luogo che ci hanno assistiti lungo la via senza voler nulla in cambio, giungiamo alla grotta di Konglor dopo l’ora di chiusura. Visto il gran numero di alloggi presenti, decidiamo di pernottare in questo paesello circondato da risaie e racchiuso da una cinta di spettacolari formazioni calcaree, per effettuare la visita il giorno seguente di primo mattino.

IMG_4248La struttura in cui soggiorniamo è praticamente nuova, molto pulita e ovviamente il prezzo è una sciocchezza per noi, mentre la famiglia che la gestisce è molto simpatica e accogliente. L’indomani percorriamo a bordo di una piccola imbarcazione i sette chilometri della grotta scavata dal fiume, sostando per ammirare le stalattiti e le stalagmiti formatosi nell’arco dei secoli. Riprendiamo la strada e continuiamo il nostro tragitto circondati da enormi faraglioni di roccia calcarea che rendono il paesaggio incantevole, mentre bambini e adulti, al nostro passaggio, scuotono la mano e strillano “hello!”. Arriviamo nel villaggio di Tha Lang dove ci fermiamo per trascorrere la notte. Purtroppo controllando i nostri averi, ci accorgiamo che parte dei nostri contanti mancano all’appello, contiamo e ricontiamo, ma i calcoli non quadrano. Giungiamo a conclusione che la sorridente famigliola, carina e gentile, che vive in un villaggio lontano dal turismo di massa, ha approfittato della nostra assenza per accedere tranquillamente alla camera (con la chiave di riserva) e frugare nei nostri zaini per prelevare una parte dei nostri soldi. Il fatto ci fa sicuramente arrabbiare, ma anche a voler tornare sul luogo del misfatto non porterebbe a nulla. Anche in questa occasione abbiamo aggiunto degli insegnamenti al nostro bagaglio di conoscenze, purtroppo in questo caso non senza subir danno. Decidiamo di continuare per la nostra strada e concludere il giro visitando le grotte, quelle la cui via d’accesso è percorribile, ad est di Thakhek. Giunti in città informiamo tutte le agenzie che noleggiano motociclette della nostra disavventura, così da poter mettere in guardia tutti i futuri clienti sul pericolo che si corre a soggiornare in quel luogo. Dopo tutto l’asfalto passato sotto alle nostre ruote, prima di procedere per Vientiane, ci concediamo una bella doccia, un letto comodo e un pasto a base di curry tailandese ammirando le luci della Tailandia dall’altra sponda del fiume.

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Easy rider

We leave the island of Don Det to continue our trip following the mighty river. We stop in Pakse, a small town from where we hire a motorbike and drive around the Bolaven Plateau, renowned for coffee plantations and waterfalls. On the first day we notice that, besides coffee, there are many sweet corn and manioc plantations, the corn is sold on the street, where under roofs of small wooden houses women and young girls cook them on fire; whilst the manioc is grown for feeding animals; it must also be pumpkin season as they are piled everywhere. After seeing three different waterfalls and snoop around the gardens of a resort, we arrive in Tad Lo Village, where we find a comfortable bungalow overlooking a rice field. The next day we walk to see two waterfalls, then drive with the motorbike to another one. The third day, on the way back to Pakse, we stop by a coffee farmer who explains us the different types, way of picking and drying of the coffee beans.

img_4105Thinking we are going south, we almost arrive at the far west border with Thailand, so we decide to extend our stay to be able, by taking the right road, to go to Champasak and visit what is reckoned to be the top sight of southern Laos, Vat Phou, an ancient temple dated once again in the Angkor period, very similar, even if not as well renovated, to what we’ve seen in Cambodia. Still is worth the visit for the beautiful view on top of it and the surrounding village, where we have a soup at a lady’s restaurant, who doesn’t know a word of English. With a local bus we travel upstream the Mekong to Thakhek. This time we decide to drive the loop with a bike each, so here I go with my 110cc. Overall we do around four hundred fifty kilometres in three days, the first part of the trip is a straight road where I try do go as fast as I can, reaching almost one hundred and ten kilometres per hour, then the road becomes uphill and curvy with wonderful rock mountains and beautiful landscapes.

IMG_4303After lunch in another “non English speaking” restaurant we turn right and the road starts being bumpy, until Patrick hits a big hole and loses a bolt from his bike, while we are looking for it a man comes over to help us, when he understands what’s missing he fixes it with a piece he finds at his home, the whole family comes and helps and at the end they don’t accept any money from us, they are happy with a “Kop Chai Lai Lai” (thank’s a lot). We finally arrive in Konglor, where we spend the afternoon and evening enjoying the amazing view and chatting with the only other riders there are in the area, a French couple and an Israeli guy, who also stopped to help us when I had a problem with my bike. The next morning we walk all together to the caves, leaving for the first time our important belongings in the Guest House, the family seems to be so kind and we’re in a village in the middle of nowhere. The seven kilometres long limestone cave is really interesting with some beautiful stalactites and stalagmites. We travel another hundred twenty kilometres to ThaLang, here we check our money, we are missing a bit of all the currency, so we realize that the “nice family” has stole money from us. Patrick told me something already in the morning, but we couldn’t believe that in a place like that they could to such a thing, we are very disappointed and angry with our selves, especially I am, because I didn’t believe him before and I thought he counted wrong, how stupid from me not to check good what I had left. At this point there’s not much we can do, even if we would go back, we wouldn’t get our money and we would waist our day getting more nervous than we already are, so we tell the two motorbike rental companies what happen, they can tell other tourist not to sleep in Phounsouk Guest House. The next day we are in a very negative mood and so is the weather, dark and rainy, until we visit an exciting cave with waterfalls, stairs, lights and limestone formations.

img_4357The sun is shining, but many caves we want to see are unreachable because of the flooded  roads, never mind, we enjoy the ride and decide we will somehow get to the closest cave to the main road. Getting stuck a few times in the mud, thanks to villagers and monks who told us the way happy to see two tourist adventure despite the difficulty, we finally arrive. Back in Thakhek we take a nice room with a good shower, then enjoy a delicious Thai curry overlooking the Mekong and Thailand on the other side of it.

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Risalendo il Mekong

Lasciamo il caldo e l’afa della città per recarci più a nord, nella regione di Ratanakiri e più precisamente a Banlung. In questa piccola capitale di provincia il turismo di massa non è ancora sbarcato e molto probabilmente non arriverà mai. Fortunatamente questa gente non ha ancora cominciato a considerare il turista puramente come una fonte di denaro da spremere. Questa è la sensazione che purtroppo, a causa dell’estrema povertà del paese, si ha nei luoghi più turistici della Cambogia. Al nostro arrivo siamo accolti dalla gentilezza di Puthea che ci accompagna presso la sua guesthouse, per soggiornare ad un prezzo stracciato nel suo nuovissimo bungalow interamente arredato da splendidi mobili in legno massiccio. Subito ci illustra le attività che si possono svolgere nei dintorni e senza esitare optiamo per un trekking di due giorni all’interno della foresta. L’indomani partiamo con i migliori propositi, ma ancor prima di lasciare la strada asfaltata il nostro autista fora una gomma e ci troviamo costretti ad effettuare una sosta non programmata per la sostituzione della camera d’aria.

IMG_3861Riprendiamo il tragitto e dopo una ventina di minuti il problema si ripresenta nuovamente, gomma a terra e pit stop all’officina più vicina. A giudicare dalla frequenza di meccanici lungo la carreggiata i guasti agli scooter sono all’ordine del giorno, quindi la prendiamo con filosofia e ne approfittiamo della pausa per inventare un sistema di fissaggio, al nostro zaino, dell’amaca in cui trascorreremo la notte. Rimontiamo in sella nella speranza di giungere a destinazione senza ulteriori fermate e dopo quasi due ore dalla nostra partenza, finalmente raggiungiamo il fiume dove ci imbarchiamo su una piroga che ci trasporta poco più a monte. Al nostro gruppo si aggiunge un giovane del villaggio che ci guiderà all’interno della giungla e ci incamminiamo attraverso i campi di riso. Qualche passo e la pioggia comincia a cadere copiosa, ormai ci rassegniamo e procediamo sotto il bombardamento d’acqua. Quando il cielo si calma sostiamo per consumare un veloce pasto, in seguito ci inoltriamo al’interno della foresta dove attraversiamo canneti di bambù, guadiamo fiumi con l’acqua che arriva poco sotto la vita, passiamo accanto ad enormi alberi e scaliamo alcune colline per giungere ad una splendida cascata.

IMG_3889Ci rinfreschiamo nell’acqua trasparente mentre le nostre guide preparano l’accampamento ed una semplice cena cucinata all’interno di una canna di bambù. La notte scende veloce e non ci resta che richiuderci all’interno della nostra amaca munita di zanzariera ed addormentarci coccolati dai suoni della natura. Il giorno seguente percorriamo il viaggio di rientro passando per una differente via, interrompendo il cammino più volte per apprendere innumerevoli informazioni a proposito di piante e utilizzi delle popolazioni locali. Infine giungiamo in un villaggio dove osserviamo la vita rurale che mescola antiche tradizioni funerarie e metodi di lavoro arcaici a cellulari e cibi preconfezionati. Trascorriamo il nostro ultimo giorno in Cambogia tentando di asciugare scarpe ed indumenti, esplorando l’incantevole lago Yeak Laom, formatosi all’interno di un cratere e godendoci la tranquillità di Banlung.

IMG_3996Nuovo giorno, nuovo stato, nuova avventura. Ritorniamo a costeggiare il fiume Mekong per seguirlo fino alla frontiera con il Laos. Lungo la strada abbiamo uno scontro frontale con uno splendido volatile dal piumaggio blu elettrico, il pennuto ha la peggio, ma con grande sorpresa l’autista arresta il veicolo, inserisce la retromarcia e torna sul luogo dell’incidente per soccorrere il malcapitato. Inizialmente sembra in fin di vita, ma dopo qualche chilometro all’interno del veicolo reclama la sua libertà, arrivati alla frontiera viene rilasciato e può riprendere il volo verso casa. Mentre noi continuiamo il nostro percorso in senso opposto, in direzione della repubblica popolare democratica del Laos. Visto la passata esperienza al transito dai confini nazionali ci siamo precedentemente informati su eventuali fregature ed abbiamo appreso che anche qui vengono adottate alcune “tasse” di passaggio. Per ottenere il timbro d’uscita dalla Cambogia riusciamo a risparmiare ben due dollari a testa dicendo che siamo stati informati dalla nostra ambasciata di non pagare nulla. Al ché i funzionari, con una smorfia, appongono il timbro e ci rendono i nostri passaporti. Giunti alla dogana laotiana, sapendo che qui la tassa è inevitabile, porgiamo i nostri documenti d’identità, ma non ci viene chiesto niente, poggiano i nostri passaporti in una cassetta assieme ad altri rossocrociati e ci comunicano di aspettare. I minuti passano, agli altri passeggeri che viaggiano assieme a noi viene reso il passaporto munito di visto, mentre quelli rossi restano sempre fermi nello stesso posto. Arriva un torpedone colmo di turisti cinesi che tranquillamente presentano i loro documenti e vengono immediatamente registrati (su un quaderno compilato rigorosamente a mano libera). A questo punto cominciamo a spazientirci, chiediamo il motivo dell’attesa, ma i doganieri misteriosamente non sono più in grado di comprendere l’inglese e non ci danno alcuna risposta. Non siamo gli unici ad aspettare che ci venga reso il passaporto, discutendo veniamo a conoscenza che gli altri connazionali che si sono presentati allo sportello prima di noi si sono rifiutati di pagare e gli impiegati hanno creduto che viaggiassimo tutti assieme. Lasciamo trascorrere ancora qualche minuto, ma al di là del vetro nulla si muove, a questo punto decidiamo di proporre noi il pagamento dei famosi due dollari a persona per un timbro. Alla vista dei verdoni, come per magia, i funzionari riacquistano la conoscenza della lingua inglese e in pochi secondi ci rendono i documenti completi del necessario per proseguire il viaggio. Infine arriviamo a destinazione sull’isola di Don Det, una delle quattromila isole che si trovano nell’estremo sud del Laos. Trascorriamo qualche giorno in questo luogo pacifico facendo poco più di nulla, ovvero un’escursione in kayak lungo il fiume Mekong alla ricerca dei quasi estinti delfini Irawaddy senza fortuna e visitando le cascate di Khone che con i loro dieci chilometri di larghezza formano la cascata più larga al mondo.

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A sad history and wonderful smiles

Good thing that the night before leaving Koh Chang by minivan to go to Siem Reap Patrick found out from a blog that, once arrived at the border between Thailand and Cambodia, there is a range of scams, of which, if you fall in to the first one, will be hard to get out. Like we read, everything went fine until a few kilometres from the border, they made us get out of the van and right away a guy tells us to give him our passports, when we ask for what reason he gets very nervous and start swearing at us. We and a German guy we met walked away and very proudly went across the two borders without getting scammed for other three times, following the directions given us from the blog, we reached our destination by taxi, even if, after more people getting angry, the taxi driver had to pay four different people to be able to drive away from his parking space with us, included a police officer. You can tell straightaway people in Cambodia are poorer than in Thailand. For these first one hundred forty kilometres driven, it reminds me of Madagascar: many cows everywhere, red mud, strange road signals that look like tombstone, baguettes everywhere, we feel like we can’t trust anyone… But as soon as we arrive in the hotel everything changes: everybody is so kind and the hotel is beautiful, when the next morning we are at the ticket office, on our bikes, looking at the map, the tuk-tuk driver next to us explains us where exactly we were, as on the map the old ticket office is still marked. In fact, as we will notice more on the way, there are some very nice people! Soon as we see the first few ruins we are amazed by the wonder of Angkor site, the area is immense, so we decide to follow the tuk-tuk driver’s tip and cycle the small loop, getting to see two of the main attractions: Ta Prohm, which is covered by trees and roots almost as if it was eaten by them, forming spectacular shapes and colours; and the so well renewed and kept Angkor Wat, with his five imposing pointed towers, we even stood in line waiting to climb up the stairs and have the view from the top of it.

img_3494The second day we hired a tuk-tuk and the driver to take us around furthest temples, first at Banteay Srey a smaller temple made with a pinky stone and some beautiful bas-relief carvings. This is about thirty kilometres away from the big loop where we continue our lazy day getting carried around ruins, many are temples similar to the main ones, other are hard to climb on, or covered with elephants figures, or big waterholes, or spas for the royalty. Our third and last day we go back on our bicycles very early in the morning, when it’s still dark, and stop in front of the lake where the amazing Angkor Wat reflects, hoping to assist at beautiful colours in the sky, we wait with other dozens of people for the sun to rise, but it’s cloudy, still was pleasant to see it again and even more was to be able to visit the Bayon when the mass of tourists is still asleep. The high number of big faces engraved in the rock, all different from each other are something very special to see and to be into it with no one else around, almost feels like to be in a labyrinth.

img_3735By bus we went to Phnom Penh, the capital of the country, the city is big, but doesn’t have much to offer, the purpose of our visit is to learn more about the horrible recent history they have, caused by the communist’s Khmer Rouge. Between 1975 and 1979, more than one third of the population was terribly killed or died of starvation and sickness, the cruelty they have been through is unimaginable. S21 is now a museum but was a school turned in to a prison where innocent doctors, lawyers, students, intellectuals, all educated people would be torture till death or until they would sign a confession of their crime against The Angkar (the organization), then transferred to the Killing Fields, where they would be killed and thrown in mass graves. Out of presumably twelve to fifteen thousand people signed in S21, only twelve survived, whilst in the Killing Fields at least two hundred thousand people were found buried, still now every month bones and clothes resurface and are picked up to be kept in the enormous Stupa built in remembrance of the dead. Back on a minivan we went in search of some fresher air in Banlung, a small town who hosts a crater lake. Here we went trekking for two days in the jungle. Getting first soaked wet by a storm, then crossing many rivers, we arrived by a beautiful waterfall where we spent the night in a very wild and comfy campsite and cooking rice and vegetables in a bamboo stick.

img_3923The next day we visited a village of minorities, learning about their culture and beliefs, even though they live in a remote place and still believe in offering sacrifices to spirits, everyone has a mobile phone to keep in touch. With a minivan we went to Stung Treng where we waited for 3 hours for the next minivan to take us to the border with Laos, during the trip, we bumped in to a nice blue coloured bird, the van stopped and a guy picked him up and kept him between his hands until he was able to fly off, this was a touching and disgusting episode, the bird did his needs twice on the van. At the border, on the Cambodian side we were asked for 2$ each to get a stamp, we said we knew from the embassy that there’s no need to pay, impolitely they stamped us out; while on the Laos border we knew that we didn’t need a visa, so we went straight to the get our stamp, the lady takes our passport and tells us to wait, after quite a long time waiting we talk with a big group of Swissfrench people how said they refused to pay 2$ each, so we realize that our passport was mixed in with their and all they are waiting for is the money, after we gave 4$, they picked up our passports and made the stamp. Our last minivan for the day takes us to the port of Nakasong, on the Mekong river, where 2 small boat packed with tourist take us all to Don Det, one of the 4000 islands.

img_4084Here we are, for once doing nothing, relaxing and planning our four weeks journey across this country. In three days the only activity we did was to go out Kayaking around a few islands to see the fishing methods by a small waterfall, to try to spot the Irrawaddy dolphin, a rare and in danger specie, there are only four remaining in this area and about fifty in Kratie, Cambodia, without luck we paddle to the main land and wonder around Khone Phapheng, supposedly the largest waterfall in the world, with a Sorngtaaou, their typical bus, we were transferred to where we last paddled back to Don Det.

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